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Valter Lavitola confessa il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci

L'imprenditore Valter Lavitola ha confessato di aver commissionato l'attentato al giornalista Sigfrido Ranucci per aumentare il livello di scorta.

Valter Lavitola confessa il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci

In un’interrogatorio che ha tenuto tutti con il fiato sospeso, Valter Lavitola ha finalmente ammesso di essere il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. La confessione è arrivata durante un interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbia, dove Lavitola è detenuto. L’avvocato Sergio Cola, difensore dell’imprenditore, ha rivelato che il suo assistito ha agito con l’intento di proteggere Ranucci, che secondo lui era oggetto di numerosi attentati.

Le motivazioni dietro l’attentato

Secondo la ricostruzione fornita da Lavitola, l’attentato era mirato a far aumentare il livello di scorta di Ranucci. Il giornalista, all’epoca dei fatti, aveva solo due agenti di protezione. Lavitola ha dichiarato che Ranucci era minacciato da persone estremamente pericolose e che l’attentato era un modo per far sì che la scorta venisse aumentata. Infatti, dopo l’attentato, la scorta di Ranucci è passata da due a otto agenti, con una protezione a ferro di cavallo.

L’avvocato Cola ha sottolineato che l’atto, pur essendo indubbiamente delittuoso è stato compiuto per il bene di Ranucci. Lavitola ha negato che l’attentato avesse un movente politico, anche se di fatto ha aumentato la popolarità del giornalista. Tuttavia, ha rifiutato di rispondere alle domande riguardanti una possibile consapevolezza di Ranucci riguardo all’attentato.

Il contesto dell’indagine

L’interrogatorio di Lavitola è durato oltre cinque ore e si è svolto davanti alla giudice per le indagini preliminari Iole Moricca e del pm Edoardo De Santis. Lavitola, già coinvolto in numerose vicende giudiziarie, è stato arrestato con l’accusa di aver commissionato la bomba piazzata lo scorso ottobre davanti a casa di Ranucci. Secondo i magistrati, l’attentato era mirato a favorire una candidatura politica del giornalista, accrescendo la sua popolarità.

L’avvocato Cola ha comunicato di aver chiesto per il suo assistito una misura cautelare meno afflittiva, come gli arresti domiciliari. Inoltre, ha rivelato che Lavitola, durante un precedente interrogatorio, si era avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando però lunghe dichiarazioni spontanee in cui si era detto totalmente estraneo ai fatti.

Le indagini e i sospetti

Secondo l’ordinanza di custodia cautelare firmata dalla giudice Moricca, la bomba doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, un avvertimento rivolto al giornalista per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste. Tuttavia, la giudice ha sottolineato che l’attentato non avrebbe mai dovuto porre in effettivo pericolo l’incolumità di Ranucci.

Nell’ambito dell’indagine, è stato ordinato l’arresto anche del socio-factotum di Lavitola, Gomes Clesio Tavares, attualmente latitante in Africa. Secondo l’ipotesi accusatoria, Tavares avrebbe reclutato gli esecutori materiali del delitto, tre uomini e una donna di origine campana arrestati a fine giugno.

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