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Capitale e potere: gli oligarchi che modellano USA e Russia

Il nuovo saggio di Fubini mette a nudo il legame tra oligarchia russa e potere economico americano

Capitale e potere: gli oligarchi che modellano USA e Russia

Federico Fubini, giornalista ed esperto di economia, ha appena pubblicato Imperi allo specchio un volume che analizza le dinamiche di potere che legano la Russia di Putin a una classe oligarchica emergente negli Stati Uniti. Il testo parte dal presupposto che, se dieci anni fa l’interazione tra le due nazioni era impensabile, oggi un capitale oligarchico influenza sia le decisioni di politica che le strategie militari di entrambi i paesi.

Il saggio prende le mosse dal crollo dell’Unione Sovietica, quando gli USA si trovarono a guidare un ordine mondiale quasi unico. L’ideologia del libero mercato, alimentata da autori come Fukuyama, suggeriva la fine della storia e la vittoria perenne delle democrazie liberali. In questo clima, Washington spinse la Russia post-sovietica verso riforme rapide e privatizzazioni estreme, creando le basi per una oligarchia caratterizzata da enormi disuguaglianze.

Dal crollo sovietico all’ascesa dell’oligarchia russa

Negli anni ’90, la Russia attraversò una fase di povertà diffusa e mancanza di istituzioni capaci di gestire un’economia di mercato. Le privatizzazioni, però, non furono accompagnate da un ampio sviluppo del ceto imprenditoriale; al contrario, pochi individui riuscirono a concentrare enormi ricchezze, dando vita a una classe di oligarchi che divenne rapidamente un attore politico di primo piano. L’ascesa di Vladimir Putin, ex agente del KGB, coincise con un consolidamento autoritario volto a contenere le ambizioni di questi magnati, ma la loro influenza persiste ancora, permeando le decisioni di politica estera russa.

Il mercato libero senza regole negli Stati Uniti: un nuovo ceto oligarchico

Parallelamente, negli Stati Uniti l’assenza di regole sul libero mercato ha favorito la formazione di un élite economica capace di modulare l’intero sistema politico. Grandi realtà finanziarie e tecnologiche detengono capitali di diversi miliardi di dollari e, grazie a donazioni e lobby, orientano le scelte legislative a loro vantaggio. Questo fenomeno ha prodotto una concentrazione del potere in poche mani, con effetti visibili nelle crescenti disuguaglianze sociali e nella percezione di una democrazia sempre più “acquistabile”.

Finanziamento elettorale e influenza delle grandi aziende

Il punto più critico, secondo Fubini, è il ruolo del finanziamento delle campagne elettorali. Dopo la sentenza della Corte Suprema del 2010, le restrizioni sulle donazioni sono state quasi annullate, consentendo a individui e corporation di investire somme ingenti senza limiti legali. Esempi recenti includono l’investimento di Elon Musk, superiore a 250 milioni di euro, nella campagna presidenziale di Donald Trump, e il sostegno di Peter Thiel, tramite Palantir, alla carriera politica di J. D. Vance, ora vicepresidente. Tali operazioni dimostrano come il denaro possa fungere da vero strumento di potere in America.

Il caso Iran e le ricadute energetiche internazionali

Fubini amplia la sua analisi anche al contesto mediorientale: la guerra in Ucraina ha introdotto l’uso massiccio di droni e missili di precisione a basso costo, armi che ora sono disponibili anche a Paesi come l’Iran e gli Houthi. L’incapacità dell’amministrazione Trump di anticipare questa evoluzione ha generato errori strategici. Sul fronte energetico, l’Europa soffre di una carenza di circa sei milioni di barili di petrolio al giorno, facendo lievitare i prezzi. Nessun politico sembra disposto a promuovere la riduzione dei consumi, nonostante le evidenti ripercussioni economiche.

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