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Corte d’Appello conferma 8 mesi per Delmastro nel caso Cospito

La Corte d'Appello di Roma ha confermato la condanna di Andrea Delmastro per la rivelazione di segreti d'ufficio collegati alle intercettazioni di Alfredo Cospito; la difesa annuncia il ricorso in Cassazione

Corte d’Appello conferma 8 mesi per Delmastro nel caso Cospito

Il 20 maggio 2026 la Corte d’Appello di Roma ha deciso di confermare la condanna nei confronti di Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia, ritenuto colpevole di rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso dell’anarchico Alfredo Cospito. La pena comminata è di otto mesi, con pena sospesa, mentre resta conferita l’interdizione dai pubblici uffici per un anno, misura già adottata in primo grado. La notizia arriva dopo una camera di consiglio durata alcune ore e con il sostituto procuratore generale che, lo scorso 22 aprile, aveva richiesto l’assoluzione sostenendo che «il fatto non costituisce reato».

La vicenda trae origine da comunicazioni rese in Parlamento dal deputato Giovanni Donzelli, che riportò conversazioni intercettate in carcere fra il detenuto Alfredo Cospito e altri ristretti. Per i giudici, le informazioni diffuse rientravano nell’ambito della tutela prevista dall’articolo 326 del Codice penale e la loro divulgazione ha creato «un concreto pericolo per la tutela e l’efficacia della prevenzione e repressione della criminalità». Delmastro, che aveva delega sul DAP durante il suo incarico governativo e si è dimesso da sottosegretario il 24 marzo, ha annunciato l’intenzione di ricorrere alla Cassazione.

Motivazioni dei giudici e portata del reato

I magistrati di primo e secondo grado hanno richiamato la nozione di segreto d’ufficio come norma ampia, non limitata alle sole etichette amministrative come “segreto” o “riservato”. Secondo la sentenza, la relazione che conteneva le informazioni oggetto della contestazione non doveva essere resa pubblica e la loro diffusione poteva compromettere l’azione di prevenzione e repressione dei reati. In particolare, i giudici hanno ritenuto rilevante il ruolo istituzionale di chi ha avuto accesso alle informazioni, valutando che non si potesse trascurare la delicatezza delle notizie.

La qualificazione giuridica

La contestazione a carico di Delmastro è stata formulata sulla base dell’articolo 326 del Codice penale, che punisce la rivelazione di segreto d’ufficio. I giudici hanno sottolineato come la tutela normativa copra anche informazioni che, pur prive di bollature formali, presentano carattere di riservatezza per la loro natura e funzione. La sentenza di primo grado aveva già argomentato che l’assenza di intestazioni amministrative non rende automaticamente pubblicabili documenti sensibili.

Reazioni della difesa e della politica

La difesa ha reagito con sorpresa e delusione alla decisione della Corte d’Appello: i legali hanno annunciato che impugneranno la sentenza davanti alla Cassazione. In aula Delmastro ha ribadito la propria determinazione a proseguire il contrasto giudiziario. La vicenda ha avuto anche ricadute politiche: Delmastro, esponente di Fratelli d’Italia, era stato una figura di rilievo all’interno del partito, ma si era anche trovato coinvolto in altre polemiche che hanno contribuito alla sua uscita dal governo.

Parti civili e richieste risarcitorie

Nel giudizio di primo grado quattro parlamentari del PD si erano costituiti parte civile chiedendo un risarcimento, richiesta poi respinta dal Tribunale. Anche la Corte d’Appello ha mantenuto la decisione di non accogliere quelle pretese risarcitorie. Le parti civili avevano sostenuto che la divulgazione delle intercettazioni avesse violato la riservatezza istituzionale e offerto un danno politico e morale, ma i giudici hanno ritenuto insufficienti gli elementi per liquidare un risarcimento in sede penale.

Origini del caso e quadro procedurale

Il procedimento contro Delmastro era partito dopo le rivelazioni fatte in Parlamento da Donzelli, che attribuì le informazioni allo stesso ex sottosegretario. L’indagine ha preso il via qualche tempo dopo che emersero le conversazioni relative a Alfredo Cospito, detenuto in regime di 41-bis, situazione che richiede protocolli stringenti sulla gestione delle intercettazioni e degli atti relativi alle carceri. L’origine dell’iter giudiziario risale al 2026, quando la Procura avviò accertamenti sulle modalità di divulgazione.

Con la conferma in appello, la questione entrerà ora nella fase successiva se la difesa presenterà il previsto ricorso alla Cassazione. Gli sviluppi processuali saranno seguiti anche alla luce delle argomentazioni già espresse dalla Procura generale lo scorso 22 aprile, quando fu invocata l’assoluzione. La pronuncia di oggi segna comunque un punto significativo nella vicenda, confermando la solidarietà dei tribunali alla disciplina della riservatezza nelle informazioni legate all’amministrazione penitenziaria.

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