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Capaci e la memoria: ricostruzione di un attentato che cambiò l’Italia

Un ricordo diretto dei minuti che seguirono l'esplosione vicino a Capaci: dal primo allarme in redazione alla scena sull'A29, con dettagli tecnici e umani

Capaci e la memoria: ricostruzione di un attentato che cambiò l’Italia

Il pomeriggio del 23 maggio 1992 a Palermo è entrato nella memoria collettiva: per molti è il giorno che ha spezzato una quotidianità afosa e rumorosa di cronache locali. Ero in redazione con il collega Franco Viviano, con poche segnalazioni di routine da coprire: una ricorrenza istituzionale e una rapina domestica erano i temi del giorno, finché dalle frequenze radio della polizia non arrivò un segnale che cambiò tutto.

Le prime comunicazioni, intercettate tramite la radio collegata ai soccorsi, parlavano di un’esplosione in prossimità di Capaci, forse vicino al cementificio di Isola delle Femmine. Quel susseguirsi di notizie incoerenti e il tono concitato degli operatori fecero capire che non si trattava di un incidente qualsiasi: era in corso un evento di gravità straordinaria con vittime e feriti. Da quel momento la redazione si riorganizzò in fretta, dividendo compiti e risorse per raggiungere il luogo.

L’arrivo sul posto e la strada bloccata

Il traffico sull’autostrada venne interrotto per consentire il transito dei mezzi di soccorso: un fatto che costrinse molti a cercare percorsi alternativi. Io presi la moto, mentre il fotografo Franco Lannino rimase inizialmente bloccato in auto; lo caricai e ci incamminammo lungo la statale parallela all’A29. Guidati dagli elicotteri e dai lampeggianti, superammo file di veicoli e deviammo allo svincolo di Isola delle Femmine, imboccando una strada laterale che costeggiava l’autostrada. Quell’approccio tortuoso fu l’unico modo per avvicinarsi alla zona dell’agguato, dove le forze dell’ordine stavano già delimitando il perimetro.

Il primo sguardo sulla devastazione

Salimmo su un terrapieno e ci affacciammo verso il punto dell’esplosione: la vista fu impressionante. Un tratto di autostrada era stato letteralmente cancellato, aperto da una voragine lunga decine di metri. La profondità e l’ampiezza del cratere facevano capire la potenza dell’ordigno: gli investigatori parlarono subito di circa 500 chili di tritolo collocati in un cunicolo scavato sotto l’asfalto. Intorno, le carcasse delle auto, frammenti d’asfalto e pezzi di lamiera costituivano uno scenario di distruzione esteso per centinaia di metri.

Le immagini, i soccorsi e i nomi coinvolti

Sul luogo non c’erano ancora le grandi troupe televisive: i primi scatti furono quelli del nostro fotografo, immediatamente trasmessi dall’ANSA e rilanciati a livello internazionale. Si intravedeva la Fiat Croma marrone che apriva il corteo di scorta, sbalzata a notevole distanza dall’onda d’urto, e l’altra vettura, la Fiat Croma bianca su cui viaggiava il magistrato, sospesa sul bordo della voragine. I vigili del fuoco lavoravano con cesoie e fiamma ossidrica per liberare i corpi rimasti intrappolati, mentre gli investigatori e i magistrati presenti, molti dei quali erano appena tornati da una cerimonia, osservavano attoniti.

Reazioni e umanità sul luogo

Accanto alla freddezza dei protocolli emergé l’urlo del dolore: colleghi degli agenti deceduti protestavano con rabbia, chiamando i responsabili con epiteti carichi di disperazione. Un agente si abbandonò al pianto davanti all’auto che conteneva i corpi dei suoi compagni, in una scena che non lasciava spazio a parole. Il dramma riguardava persone note e istituzioni chiave della lotta alla criminalità, e la presenza di amministratori e dirigenti in loco rendeva ancora più grave il momento.

Comunicazioni interrotte e il ritorno in redazione

La forza dell’esplosione non si limitò ai danni materiali: tranciò anche le linee telefoniche e le connessioni locali, rendendo difficili le comunicazioni. I cellulari risultavano muti e persino il telefono fisso di una fabbrica vicina era fuori uso. Impossibilitati a dettare aggiornamenti dal posto, tornammo a tutta velocità in redazione a Palermo. Lì, tra la tensione e l’incredulità, iniziai a mettere nero su bianco la cronaca di quei minuti, ricostruendo con i colleghi la dinamica dell’ordigno e riferendo che, secondo le prime analisi tecniche, era stata impiegata una modalità d’attacco che gli esperti avrebbero definito tecnica libanese.

Quel giorno morirono il giudice Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, e insieme a loro persero la vita gli uomini della scorta. Le fotografie e i racconti che partirono da Capaci entrarono nelle pagine dei giornali e nelle trasmissioni internazionali, segnando l’inizio di una stagione di indagini, processi e memoria pubblica. Sul posto si respirava non solo l’odore acre dell’esplosivo, ma anche il peso di una ferita aperta nella storia italiana, ancora oggi evocata ogni volta che si parla di impegno civico e di lotta contro le mafie.

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