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Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci: le nuove dichiarazioni dall’incontro a Rebibbia

Nuove dichiarazioni emergono dall'incontro tra Valter Lavitola e il suo legale Arturo Cola nel carcere di Rebibbia. Scopri i dettagli.

Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci: le nuove dichiarazioni dall’incontro a Rebibbia

In un incontro durato quasi tre ore nel carcere di Rebibbia, Valter Lavitola ha condiviso con il suo avvocato Arturo Cola dettagli inediti sulla sua situazione personale e sulle motivazioni che lo hanno portato a compiere l’attentato contro Sigfrido Ranucci. Le dichiarazioni, riportate dal legale, offrono uno sguardo approfondito sulle dinamiche che hanno preceduto l’evento del 16 ottobre.

Lavitola, attualmente detenuto con l’accusa di essere il mandante dell’attentato dinamitardo sotto casa di Ranucci, ha espresso il suo pentimento per aver coinvolto due persone a lui molto care: Gomes, che considera come un figlio, e Ranucci, che definisce un fratello. Il faccendiere ha ammesso di vivere una condizione psicologica complessa, consapevole di aver causato problemi a persone che tiene profondamente.

Lavitola: l’attentato è una scelta autonoma

Arturo Cola ha sottolineato che la decisione di compiere l’attentato è stata una scelta esclusivamente autonoma di Lavitola. La scelta dell’attentato è solo sua, una iniziativa solo sua ha dichiarato il legale, ribadendo la responsabilità individuale del suo assistito. Lavitola ha inoltre espresso il suo rammarico per aver coinvolto Ranucci in una situazione così delicata.

Secondo Cola, Lavitola riteneva che Ranucci avesse sottovalutato i rischi legati a possibili attentati. Lavitola riteneva che Ranucci avesse reputato il rischio attentati non importante affrontandolo con superficialità e senza dare peso agli avvertimenti ricevuti. Questo potrebbe spiegare perché Ranucci non abbia riferito agli inquirenti dei rischi paventati da Lavitola un mese e mezzo prima dell’attentato.

L’incontro del 7 settembre e le dichiarazioni dell’avvocato

Prima di entrare nel carcere, Cola ha rivelato che Lavitola avrebbe avvisato Ranucci dei pericoli che correva già il 7 settembre, un mese e mezzo prima dell’attentato. C’è stato, infatti, un incontro il 7 settembre nel corso del quale probabilmente Lavitola avvisò Ranucci dei pericoli che correva in ragione di possibili attentati ha affermato il legale.

Cola ha inoltre precisato che durante l’interrogatorio di garanzia, Lavitola ha escluso la presenza di un accordo preventivo sull’attentato. A noi interessano i fatti: in sede di interrogatorio di garanzia il mio assistito ha escluso che vi fosse un accordo preventivo sull’attentato ha dichiarato. L’avvocato ha aggiunto che l’unico vero ordine era quello di non far male a nessuno, un dettaglio emerso dagli atti il 2 luglio, quando uno degli esecutori ha dichiarato spontaneamente che nessuno voleva far male a nessuno.

Il movente dell’attentato e le dichiarazioni spontanee

La discussione sul movente dell’attentato è centrale per la difesa di Lavitola. Il faccendiere ha sostenuto di aver organizzato un attentato dimostrativo per ottenere l’innalzamento della scorta di Ranucci, tenendolo all’oscuro del piano. La procura di Roma e la gip Iole Moricca, tuttavia, ritengono che l’intento fosse rafforzare un progetto politico che vedeva Ranucci come protagonista.

Cola ha sottolineato che il movente, sebbene rilevante per l’opinione pubblica, ha un impatto limitato sulle questioni penalistiche. Se l’ha fatto per il bene di Ranucci, per la questione politica o per proteggerlo, cambia poco ha affermato il legale. La difesa punta a dimostrare che l’aggravante del metodo mafioso, che aumenta le pene di un terzo, non sia applicabile in questo caso.

In vista dell’udienza del Riesame, prevista per la settimana prossima, Cola ha dichiarato di essere nel carcere di Rebibbia per verificare se è necessario integrare la confessione del 12 agosto. Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse ma si tratta semplicemente di puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito ha precisato. Le dichiarazioni spontanee al Riesame potrebbero offrire nuove prospettive sul caso.

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