Il caso Margaret Spada una ventiduenne di Lentini (Siracusa), ha segnato un punto critico nella storia giudiziaria romana. Il 7 la giovane si è sottoposta a una rinoplastica parziale all’interno di uno studio estetico situato nell’Eur, gestito da Marco e Marco Antonio Procopio. Tre giorni dopo, la ragazza è venuta a mancare, scatenando un’indagine della procura di Roma guidata dalla pm Eleonora Fini, che ha portato al rinvio a giudizio dei due medici con l’accusa di omicidio colposo.
Il rinvio a giudizio dei medici Procopio
Durante l’udienza preliminare, il giudice ha convalidato la costituzione di parte civile da parte dei familiari della defunta e del suo fidanzato, presenti al momento dell’intervento. La decisione ha stabilito che l’accusa si fonda su due gravi carenze: l’assenza di tutte le autorizzazioni necessarie per l’esercizio di attività chirurgica nell’ambulatorio e la totale inadeguatezza della struttura a gestire emergenze mediche.
Mancanza di autorizzazioni e struttura inadeguata
Le indagini hanno evidenziato che lo studio dei Procopio non possedeva i permessi richiesti per eseguire interventi chirurgici, violazione di natura amministrativa e clinica. Inoltre, la struttura non era dotata di personale qualificato per intervenire in caso di complicazioni, né di attrezzature di pronto soccorso, come un defibrillatore funzionante. I consulenti della procura hanno sottolineato che, se il dispositivo fosse stato operativo, le probabilità di salvare la paziente sarebbero state non inferiori al 95%.
Ritardo nella chiamata dei soccorsi
Un ulteriore elemento decisivo è stato il ritardo di circa 15 minuti prima che i medici richiamassero il servizio di emergenza. Secondo la ricostruzione dell’accusa, questo lasso di tempo ha avuto un impatto fatale, poiché Margaret ha mostrato segni di arresto cardiaco durante l’intervento. L’intervallo è stato giudicato decisivo per il decesso, rafforzando la tesi di negligenza medica avanzata dalla Procura.
Reazioni delle famiglie e prossime udienze
I genitori della giovane, visibilmente scossi, hanno dichiarato al termine dell’udienza: “Abbiamo sete di verità e giustizia“. L’avvocato della famiglia, Alessandro Vinci, ha aggiunto: “Oggi abbiamo compiuto un primo passo verso la verità giudiziaria“. Queste parole hanno sottolineato la ferma determinazione a perseguire la responsabilità degli autori del tragico evento.
Il dibattimento è stato fissato per il 9 marzo davanti alla nona sezione collegiale del GUP di Roma. L’accusa prevede la condanna dei due medici per omicidio colposo e la difesa dovrà affrontare le prove relative all’autorizzazione mancante, all’attrezzatura difettosa e al ritardo nell’attivare i soccorsi. Il caso è destinato a diventare un punto di riferimento per la normativa sulle strutture estetiche private e sulla vigilanza sanitaria.



