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Corte d’appello di Perugia annulla la sentenza per calunnia a Scarantino

La Corte d'appello di Perugia ha accolto l'istanza di revisione sulla condanna per calunnia a Vincenzo Scarantino, ritenuta legata a falsi depistaggi nelle prime indagini sulla strage di via D'Amelio. La Procura generale aveva condiviso la richiesta di assoluzione; la difesa valuta ora un risarcimento per ingiusta detenzione.

Corte d’appello di Perugia annulla la sentenza per calunnia a Scarantino

La vicenda processuale che ha accompagnato le indagini sulla strage di via D’Amelio registra un nuovo capitolo: la Corte d’appello di Perugia ha deciso di revocare la condanna a otto anni per calunnia aggravata inflitta a Vincenzo Scarantino. La decisione segue l’istanza di revisione presentata dall’avvocato Vania Giamporcaro e trova sostegno nella richiesta di assoluzione formulata dalla Procura generale.

Il contesto giudiziario e la sentenza revocata

La sentenza annullata era stata pronunciata il 27 dicembre 2002 dal gip di Roma, Renato Croce, e contestava a Scarantino la calunnia nei confronti di magistrati, dirigenti e funzionari di polizia, agenti penitenziari e del collaboratore di giustizia Francesco Andriotta. La pena, già interamente scontata, includeva anche una misura di sicurezza di tre anni. Questa revoca ridefinisce la posizione dell’imputato rispetto a quei capi d’accusa.

Origine dell’accusa di calunnia

L’accusa di calunnia nacque in seguito alla ritrattazione di Scarantino nel corso del processo d’appello denominato “Borsellino uno”. Il 24 settembre 1998 l’imputato negò il coinvolgimento nella strage e denunciò di aver subito pressioni e condizionamenti investigativi da parte del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, all’epoca guidato dal questore Arnaldo La Barbera. Quel passo indietro fu il fulcro delle accuse successive nei suoi confronti.

Depistaggi riconosciuti e sentenze collegate

Negli anni successivi, varie pronunce hanno messo in luce l’esistenza di depistaggi nelle fasi iniziali delle indagini sulla strage, determinando la falsità delle ricostruzioni originarie che coinvolgevano Scarantino. In particolare, nel processo denominato “Borsellino quater” è emersa la responsabilità di soggetti che avevano prodotto dichiarazioni mendaci: Francesco Andriotta è stato condannato per calunnia aggravata a carico di Scarantino e di altre persone coinvolte nelle false ricostruzioni.

Il ruolo delle sentenze sul depistaggio

Le pronunce successive hanno ricostruito un quadro in cui alcune delle prime versioni investigative risultarono costruite o influenzate in modo improprio. Questo insieme di accertamenti ha costituito la base per la richiesta di revisione della condanna nei confronti di Scarantino, fino alla decisione odierna della Corte d’appello di Perugia.

Conseguenze pratiche e prospettive della difesa

Dalla revoca formale della condanna derivano immediati risvolti giuridici e civili: la difesa di Scarantino, che ha definito il suo assistito «un calunniatore calunniato e vittima del sistema», sta valutando la possibilità di presentare una richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. Pur essendo la pena già espiata, la rettifica giudiziaria apre la strada a un nuovo esame delle conseguenze subite dall’interessato.

Implicazioni per l’azione della magistratura

Oltre all’aspetto personale per Scarantino, la vicenda solleva questioni più ampie sul corretto svolgimento delle indagini e sulle garanzie proceduralI. L’intervento della Corte e l’adesione della Procura generale alla richiesta di assoluzione segnalano una presa d’atto istituzionale della necessità di rivedere atti e responsabilità che hanno influito sulle prime ricostruzioni del caso.

Riflessioni finali

La revoca della condanna a Vincenzo Scarantino rappresenta un passo importante nella lunga ricostruzione giudiziaria legata alla strage di via D’Amelio, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Questo episodio evidenzia come, anche a distanza di anni, gli assetti processuali possano essere riconsiderati alla luce di nuovi accertamenti relativi a depistaggi e dichiarazioni false. Per la difesa la sentenza è un riconoscimento di ingiustizie subite; per il sistema giudiziario costituisce un monito sulla necessità di trasparenza e rigore nelle indagini.

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