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Come è cambiata la politica locale in Sicilia

Una riflessione sulla trasformazione della politica locale siciliana, tra eroi del passato e tentativi di rinnovamento.

Come è cambiata la politica locale in Sicilia

Negli ultimi decenni la parola politica ha assunto, in Sicilia, un significato diverso da quello originale. Un tempo indicava l’impegno collettivo per risolvere i problemi di tutti; oggi, per molti, è sinonimo di conquista di un posto di prestigio all’interno dell’amministrazione.

Questa evoluzione silenziosa è alla base di molte difficoltà che i comuni dell’isola affrontano quotidianamente: poca attenzione ai bisogni concreti, scarsa trasparenza e una crescente distanza tra amministratori e cittadini.

Il percorso elettorale attuale nei comuni siciliani

Nel periodo immediatamente antecedente alle elezioni, le fazioni locali si attivano per contare i voti. Famiglie numerose vengono aggregate in blocchi, si sceglie un nome di candidatura che non urti nessuno e si promettono assessori prima ancora di redigere un programma elettorale. Il dibattito su bilanci, progetti infrastrutturali o servizi essenziali viene relegato a un secondo piano; l’obiettivo principale è vincere.

Una volta ottenuta la carica, molti ne fanno un premio personale stipendio, visibilità, capacità di favorire pratiche per sé o per parenti, e la possibilità di lanciare una candidatura a livelli più alti. Il ruolo, anziché essere uno strumento al servizio del territorio, diventa il risultato finale di un calcolo politico.

Esempi storici di amministratori al servizio del territorio

Il contrasto con la situazione odierna è netto se si considerano figure come Luigi Sturzo che guidò il comune di Caltagirone dal 1905 al 1920. Sacerdote, economista e giurista, Sturzo vedeva il comune come laboratorio della democrazia dove il bene comune doveva essere misurato giorno per giorno. Per lui la politica era una forma di carità un dovere verso tutti gli abitanti.

Luigi Sturzo a Caltagirone (1905-1920)

Durante i quindici anni di mandato, Sturzo introdusse pratiche amministrative trasparenti, promuovendo la gestione oculata delle finanze comunali e investendo in infrastrutture che rispondevano alle esigenze reali dei cittadini.

Giuseppe Giardina a Cefalù (1946)

Un altro modello è quello di Giuseppe Giardina medico primario che divenne sindaco di Cefalù nel 1946. Giardina non cercava la carica per notorietà, ma per mettere a disposizione le proprie competenze. Sotto la sua guida, la città gettò le basi di quello che oggi è un importante polo turistico, dimostrando come la conoscenza professionale possa tradursi in sviluppo locale.

Entrambi avevano in comune una solida preparazione – diritto, bilanci, storia locale – e una chiara convinzione nel bene comune inteso come quello che appartiene a tutti e non a pochi privilegiati.

Le conseguenze della politica come “carica”

Oggi, l’ignoranza delle regole di governo si combina con arroganza e nepotismo. Chi non possiede competenze ma si crede competente tende a escludere gli esperti, trattando gli uffici come proprietà personale e rispondendo alle richieste dei cittadini con fastidio, come se la rendicontazione fosse una cortesia anziché un obbligo.

Chi paga le inefficienze

Le scelte basate su interessi personali si traduiscono in interventi infrastrutturali condizionati da amicizie: la via di un amico viene asfaltata, mentre le zone isolate restano senza manutenzione. Gli incarichi vengono assegnati a chi ha portato voti, non a chi ha le capacità operative, rimandando decisioni difficili perché impattanti sul consenso elettorale. Il risultato è un ciclo di problemi non risolti che si tramandano di giunta in giunta.

Il vero pagatore resta la popolazione comune, che non ha “un santo in municipio” a cui chiedere favori e resta spesso relegata a spettatore di un sistema che privilegia la carica rispetto al servizio. La memoria di amministratori che hanno considerato la propria posizione un peso da portare con onore è fondamentale per valutare i candidati attuali: la domanda cruciale è “sei qui per noi o sei qui per te?”.

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