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Come Federico Paulsen salvò la viticoltura siciliana dalla fillossera

Alla fine dell'Ottocento, un giovane agronomo salvò i vigneti siciliani dalla fillossera con una tecnica rivoluzionaria

Come Federico Paulsen salvò la viticoltura siciliana dalla fillossera

Alla fine dell’Ottocento, la Sicilia stava per perdere una parte fondamentale della propria identità agricola. Un piccolo afide, la fillossera stava distruggendo i vigneti dell’isola, minacciando un patrimonio di varietà locali formatosi nel corso dei secoli.

In questo scenario catastrofico, emerse il genio di Federico Paulsen-Datti un agronomo che seppe unire genetica osservazione del territorio e sperimentazione agraria per salvare le viti siciliane.

L’arrivo della fillossera in Sicilia

La fillossera, un insetto originario dell’America settentrionale, arrivò accidentalmente in Europa durante l’Ottocento. In Sicilia, i primi focolai furono segnalati intorno al 1880 nelle province di Caltanissetta e Messina.

L’insetto attaccava principalmente le radici della Vitis vinifera la specie alla quale appartengono quasi tutti i tradizionali vitigni europei. Le punture della fillossera provocavano deformazioni e lesioni radicali, favorendo necrosi e infezioni che impedivano alla pianta di assorbire regolarmente acqua e sostanze nutritive.

I tentativi di combatterlo con sostanze chimiche, allagamenti e altri sistemi si rivelarono costosi, difficili da applicare o insufficienti. La soluzione definitiva non poteva consistere semplicemente nell’eliminazione dell’insetto: bisognava rendere la vite capace di convivere con esso.

La soluzione di Paulsen: l’innesto

Paulsen comprese che non era necessario sostituire le viti siciliane con varietà americane. Era sufficiente fornire ai vitigni dell’isola un apparato radicale resistente.

La soluzione consisteva nell’innesto la parte inferiore della pianta, cioè il portinnesto veniva ricavata da una vite americana resistente; su di essa si innestava una gemma o una porzione di tralcio appartenente al vitigno siciliano che si voleva coltivare.

Sotto terra lavoravano così le radici americane, capaci di resistere alla fillossera; sopra terra continuava a vivere e a produrre la vite siciliana.

La selezione dei portinnesti

Paulsen capì che il portinnesto ideale doveva possedere contemporaneamente diverse qualità: resistenza alla fillossera, adattamento al calcare, tolleranza alla siccità, capacità di svilupparsi nei terreni compatti, buona radicazione e affinità con numerose varietà europee.

Nel Vivaio governativo di Palermo furono prodotti e osservati migliaia di individui ottenuti mediante incroci e reincroci. Ogni pianta veniva identificata, moltiplicata e sottoposta per anni a prove nei campi sperimentali.

Il risultato più famoso di questa attività fu il 1103 Paulsen ottenuto tra il 1894 e il 1897 mediante l’incrocio fra Vitis berlandieri e Vitis rupestris.

Il metodo scientifico di Paulsen

Il lavoro di Paulsen richiama, per metodo e capacità d’intuizione, quello compiuto alcuni decenni prima da Gregor Mendel il frate agostiniano considerato il fondatore della genetica.

Paulsen affrontò le viti con un’impostazione sperimentale per molti aspetti simile, sebbene orientata verso una necessità agraria immediata. Incrociava differenti specie e varietà di Vitis eseguiva personalmente le impollinazioni, assegnava un numero agli individui ottenuti da seme e li moltiplicava vegetativamente.

I nuovi cloni venivano quindi coltivati in parcelle sperimentali e osservati per anni, per verificarne la resistenza alla fillossera, l’adattamento al terreno, la tolleranza alla siccità e l’affinità con i vitigni europei.

A Palermo furono prodotti in questo modo oltre diecimila individui. Come Mendel aveva cercato nei piselli le regole dell’ereditarietà, Paulsen cercava nelle viti la combinazione di caratteri capace di salvarle.

L’eredità di Paulsen

La ricostituzione dei vigneti siciliani non fu merito di un solo uomo. Vi contribuirono istituzioni pubbliche, agricoltori, vivaisti e altri studiosi.

Tuttavia, a Paulsen deve essere riconosciuto un ruolo fondamentale. Egli trasformò la Sicilia in un grande laboratorio agrario a cielo aperto e sviluppò portinnesti capaci di rispondere alle specifiche esigenze del clima mediterraneo.

Le sue selezioni contribuirono alla rinascita della viticoltura siciliana, italiana e mediterranea. Il 1103 Paulsen è ancora oggi impiegato in numerose regioni viticole del mondo e la sua resistenza alla siccità gli conferisce una nuova attualità di fronte all’aumento delle temperature e alla crescente scarsità d’acqua.

Paulsen morì a Riccione nel 1943. Il suo nome sopravvive nel Vivaio regionale di Palermo erede della struttura nella quale condusse le proprie ricerche, e soprattutto nei vigneti che ancora oggi utilizzano i portinnesti da lui selezionati.

La sua fu una rivoluzione silenziosa, nascosta sottoterra. Salvando le radici delle viti, Federico Paulsen contribuì a conservare le uve, i vini, il lavoro e una parte insostituibile dell’identità culturale della Sicilia.

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