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Maxi confisca della Dia nel Frusinate: patrimonio da 2 milioni sotto sequestro

La Direzione investigativa antimafia ha disposto la confisca di aziende, terreni, fabbricati e risorse finanziarie per un valore stimato di circa due milioni a carico di un padre e del figlio attivi nel settore funebre, fioristico e del pellet; il provvedimento segue indagini legate a reati di droga e all’operazione Caronte.

Maxi confisca della Dia nel Frusinate: patrimonio da 2 milioni sotto sequestro

Un intervento della Direzione investigativa antimafia ha portato alla confisca di beni valutati intorno ai due milioni di euro riconducibili a due imprenditori della provincia di Frosinone, padre e figlio. Le attività riguardano imprese e patrimoni accumulati in un contesto investigativo che ha accertato una netta sproporzione tra redditi dichiarati e beni posseduti.

I beni interessati comprendono società, immobili, terreni e disponibilità liquide; il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Roma – Sezione Misure di Prevenzione ed eseguito dal personale del Centro operativo della Dia.

Il patrimonio interessato dalla misura

La confisca ha riguardato cinque società operanti nel territorio del Sorano, tre terreni, cinque fabbricati e diverse disponibilità finanziarie. Le aziende svolgevano attività nei settori delle onoranze funebri, del commercio di fiori e della vendita di pellet. Secondo gli accertamenti, questi beni risultano non compatibili con i redditi ufficiali dichiarati dagli interessati e dai loro familiari, circostanza che ha portato gli inquirenti a ritenere probabile una origine illecita o comunque non giustificata da entrate lecite.

Gestione delle imprese dopo il provvedimento

Le società colpite dalla misura saranno poste sotto amministrazione giudiziaria con l’obiettivo di garantire la continuità delle attività lecite e di tutelare i dipendenti. Questo approccio punta a separare la potenziale illiceità delle provenienze patrimoniali dalla possibilità di mantenere posti di lavoro e servizi offerti alla comunità.

Le indagini che hanno portato alla confisca

La vicenda trae origine da approfondimenti condotti dal Centro operativo della Dia di Roma, che hanno ricostruito gli acquisti societari e i movimenti finanziari riconducibili ai due imprenditori e ai loro familiari. Gli investigatori hanno messo in luce elementi che dimostrano una discrepanza significativa tra quanto dichiarato al fisco e i beni acquisiti nel corso degli anni; tale anomalia è stata considerata indizio sufficiente per chiedere e ottenere la misura patrimoniale.

Collegamento a indagini precedenti

I destinatari della confisca erano già noti alle forze dell’ordine. Furono arrestati nell’ottobre 2026 nell’ambito di una più ampia operazione antidroga che documentò una violenta contrapposizione tra gruppi criminali per il controllo delle piazze di spaccio nel Sorano, nel Cassinate e in alcune aree dell’Avezzanese. Gli arresti e i processi successivi portarono a condanne per reati legati al traffico di sostanze stupefacenti.

La misura attuale rappresenta inoltre l’evoluzione di un intervento cautelare: gli stessi beni erano già stati sottoposti a sequestro nell’ambito dell’”Operazione Caronte” eseguita l’11 giugno 2026, un passo preliminare che ha poi consentito di approfondire gli aspetti patrimoniali e di arrivare alla confisca definitiva.

Obiettivi e ricadute dell’azione della Dia

L’azione della DIA non mira soltanto a colpire singoli individui, ma punta a frantumare i meccanismi che consentono di reinvestire i proventi di attività illecite nell’economia legale. Intervenire sui patrimoni significa, dal punto di vista operativo, togliere risorse che potrebbero essere utilizzate per alimentare ulteriori attività criminali e disincentivare il ricorso a strategie di riciclaggio.

Effetti sul territorio

Dal punto di vista locale, la confisca solleva questioni pratiche legate alla gestione delle imprese confiscate e alla tutela dei lavoratori. L’istituto dell’amministrazione giudiziaria è pensato per preservare i posti di lavoro e consentire che le attività lecite possano proseguire sotto controllo dello Stato, evitando che la collettività subisca danni economici o sociali.

In conclusione, la misura adottata nel Frusinate rientra nel più ampio filone delle politiche antimafia che privilegiano il contrasto ai patrimoni sospetti oltre agli interventi repressivi. L’obiettivo dichiarato è colpire le basi economiche delle attività criminali per ridurne l’influenza nel tessuto produttivo locale e garantire una maggiore legalità nelle comunità interessate.

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