Nel dopoguerra la Sicilia si trovò di fronte a una sfida senza precedenti: ricostruire città distrutte, risollevare un’economia in frantumi e restituire dignità a una popolazione sfollata. In quel contesto, a Cefalù, la figura di Giuseppe Giardina – medico primario dell’ospedale Giglio e, dal 1946, sindaco della città – incarnò un nuovo modello di gestione pubblica basata su bisogni reali, non su consensi momentanei.
Il suo approccio partiva dalla certezza che “prima il bisogno della persona, poi tutto il resto”. Trasferì questa logica dal camice al consiglio comunale, avviando una serie di progetti che avrebbero posto le fondamenta al futuro turistico di Cefalù, trascurando i giochi di potere tipici dell’epoca.
Le opere di Giuseppe Giardina a Cefalù
Tra le iniziative più significative, spicca il porticciolo di Presidiana concepito non come risposta a una festa elettorale, ma come investimento a lungo termine per trasformare il piccolo borgo in una porta d’ingresso per i visitatori. La scelta di puntare sul turismo anticipava di decenni il boom che ancora oggi caratterizza la costa settentrionale siciliana.
Il porto di Presidiana come modello di pianificazione
Il progetto prevedeva una marina capace di accogliere imbarcazioni da diporto, strutture ricettive e spazi commerciali, tutti costruiti con criteri di sostenibilità e di integrazione paesaggistica. L’opera, terminata negli anni ’50, è ancora oggi un punto di riferimento per l’économie locale, dimostrando come una politica del servizio possa generare crescita concreta e duratura.
Dalla politica del servizio alla politica della maschera
Negli ultimi decenni il discorso politico siciliano si è progressivamente spostato da una retorica di opere concrete a una retorica di parole vuote. Molti si definiscono antifascisti e antimafia ma il loro operato spesso si traduce in forme di controllo mascherate da impegno civico. Il dissenso è messo a tacere attraverso pressioni sul lavoro, esclusive amministrative e una delegittimazione sistematica dei critici.
Leonardo Sciascia, già denunciante di chi strumentalizza la lotta alla mafia per fini personali, aveva avvertito che la politica della maschera consisteva nell’impugnare simboli di legalità per poi piegarli agli interessi di pochi. Oggi, la stessa dinamica si ritrova nelle amministrazioni che promettono servizi ma operano con logiche clientelari, trasformando i diritti in concessioni personali.
Conseguenze per la società siciliana
La differenza tra le due visioni è evidente nei risultati sul territorio. Dove una politica del servizio costruisce scuole, ospedali e infrastrutture, dove la politica della maschera si limita a mantenere lo status quo attraverso la paura, i progetti restano incompiuti, i servizi essenziali si degradano e i giovani sono costretti a emigrare. Il clientelismo, alimentato da una cultura del “con noi o contro di noi”, genera immobilità, sfiducia e impoverimento.
Un aspetto meno visibile, ma altrettanto devastante, è la rottura del tessuto sociale. Un tempo era possibile appartenere a fazioni opposte e comunque scambiarsi un saluto in piazza; oggi, le divergenze si trasformano in ostilità, dividendo la comunità in “protetti” ed “esclusi”. Questo clima di sospetto ostacola la partecipazione attiva e indebolisce le istituzioni democratiche.
Rimane chiaro che la politica della maschera sopravvive finché i cittadini si limitano a raccogliere slogan senza approfondire i metodi che li sostengono. Solo una cittadinanza vigile, pronta a chiedere conto di azioni concrete e non solo di parole, può far crollare la facciata e riportare la scena pubblica a una gestione basata sul servizio reale.



