Il 19 luglio 1992, una Fiat 126 carica di esplosivo mise fine alla vita del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta. Trentaquattro anni dopo, la ricerca della verità continua, tra indagini, depistaggi e misteri irrisolti. La strage di via D’Amelio, avvenuta solo 57 giorni dopo quella di Capaci, è ancora avvolta da un alone di segretezza e complicità che vanno ben oltre il livello della mafia.
L’isolamento di Borsellino e Falcone
L’isolamento all’interno della procura di Palermo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la loro sovraesposizione e la gestione delle indagini riguardante il filone “mafia e appalti” durante il periodo in cui Pietro Giammanco esercitò le sue funzioni di procuratore, sono ritenuti alcuni dei fattori che nel 1992 diedero vita alla stagione stragista. Secondo i pm di Caltanissetta, l’isolamento dei due magistrati e la loro sovraesposizione per la procura di Caltanissetta, sulla base di numerosi e concreti elementi indiziari, sono ritenuti due presupposti o precondizioni mentre la “discutibile” gestione del dossier che ha permesso di svelare pericolosi intrecci tra politica, imprenditoria e mafia, rappresenta un fattore concorrente.
L’agenda rossa e i depistaggi
Le indagini della procura si concentrano anche sulla sparizione dell’agenda rossa che sarebbe stata all’interno della borsa di cuoio, prelevata dopo l’esplosione in via D’Amelio, ancora intatta. Borsa che finì sul divano dell’ufficio dell’allora capo della squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, ritenuto il regista del depistaggio. “Dopo l’eliminazione di Borsellino – evidenzia la procura – dovevano essere disperse anche le considerazioni che lo stesso poteva aver annotato che avrebbero costituito un documento di importanza fondamentale. D’altro canto, è certo che la sparizione dell’agenda non rispondeva ad alcun interesse diretto di Cosa nostra, quanto piuttosto di ambienti che con la stessa erano in contatto a tenere celato quanto Borsellino aveva scoperto sul punto e, verosimilmente, annotato nell’agenda.”
La pista nera e i depistatori
Resta in piedi il filone d’indagine sulla cosiddetta “pista nera”, relativo al possibile coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie nella strage di Capaci. La gip del Tribunale di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha infatti respinto la richiesta di archiviazione avanzata dai pm sui mandanti esterni e sui presunti legami eversivi degli attentati del ’92. Il giudice ha ordinato 43 nuovi approfondimenti investigativi, focalizzando l’attenzione su due distinte direttrici della pista nera che collegherebbero Cosa nostra e l’eversione neofascista. Tra gli elementi da vagliare figurano la figura del fondatore di Avanguardia Nazionale e alcune testimonianze inedite, come quelle del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (nel frattempo deceduto), su cui l’autorità giudiziaria intende fare piena luce.
A ostacolare le indagini, secondo i pm, anche quattro poliziotti, appartenenti al pool investigativo “Falcone e Borsellino”. Avrebbero reso false dichiarazioni nel corso delle loro deposizioni in qualità di testi in un altro processo che si è chiuso, in secondo grado, con la prescrizione del reato di calunnia per altri tre poliziotti, anche loro accusati di depistaggio. In un altro procedimento giudiziario, sotto processo, vi sono due generali dei carabinieri in pensione, entrambi con un passato controverso.
Le dichiarazioni di Borsellino e l’accelerazione della strage
I magistrati ritengono che l’attentato subì un’accelerazione dopo l’intervento di Borsellino, il 25 giugno 1992, durante un incontro pubblico, a Casa Professa. “Borsellino – spiega la procura – con lucida determinazione, affermò pubblicamente di essere su taluni aspetti che avevano portato dapprima all’isolamento professionale di Falcone e poi alla sua tragica eliminazione un testimone di vicende che avrebbe riferito direttamente alla competente autorità giudiziaria di Caltanissetta e di cui conseguentemente non poteva fare menzione nella pubblica assemblea. Non è, “
Per gli inquirenti “non sarebbe stato necessario che Borsellino fornisse solidi elementi di prova a carico degli autori della strage di Capaci, perché nell’esplosivo contesto politico e sociale del giugno 1992, già delle mere valutazioni del detto magistrato sarebbero state il detonatore della polveriera”. La procura è quindi convinta “che l’accelerazione della strage di via D’Amelio trovi la sua causa nella funzione specificamente preventiva della stessa, che si aggancia ovviamente alle funzioni retributive (vendetta) e destabilizzanti intese secondo il modo di pensare di Totò Riina (fare la guerra per poi fare la pace). L’individuazione delle pubbliche dichiarazioni rese da Borsellino a Casa Professa come casuale ultima dell’accelerazione della strage di via D’Amelio coincide, del resto, con le tempistiche relative alla deliberazione della strage e alla fase di preparazione dell’attentato. La deliberazione fu presa alla fine del mese di giugno 1992 e il furto della 126 (poi utilizzata per la strage) risale ai primissimi giorni del mese di luglio del 1992”.



