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Violenza domestica a Reggio Emilia: divieto aggirato, misura cautelare in carcere

Un giovane sottoposto a <strong>divieto di avvicinamento</strong> e braccialetto elettronico è stato successivamente destinatario di una misura cautelare in carcere dopo continue violazioni e atti persecutori

Violenza domestica a Reggio Emilia: divieto aggirato, misura cautelare in carcere

Un procedimento giudiziario iniziato con una misura cautelare a tutela di una donna ha visto l’escalation da un divieto di avvicinamento all’ordine di custodia in carcere. La vicenda riguarda un uomo del Reggiano che, nonostante l’obbligo di mantenere una distanza minima e l’applicazione del braccialetto elettronico, ha continuato a porre in essere comportamenti persecutori verso la sua ex compagna.

La vicenda è emersa dopo che la vittima si è rivolta alle forze dell’ordine per segnalare una serie di episodi violenti e intimidatori. I successivi atti investigativi e la valutazione della Procura hanno portato a un progressivo inasprimento delle misure cautelari, che si è concluso con la sostituzione della misura precedente con la custodia cautelare in carcere.

I reati e il primo intervento delle forze dell’ordine

Secondo gli accertamenti, l’uomo era responsabile di atti persecutori e minacce nei confronti della donna, comportamenti che sono stati ricostruiti dai Carabinieri della Stazione di Reggio Emilia Principale. Le condotte contestate includevano danneggiamenti, invio ripetuto di messaggi intimidatori e, in seguito, aggressioni fisiche sia all’interno dell’abitazione che in strada. Questi fatti hanno determinato la denuncia formale della vittima e l’avvio delle indagini affidate alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Emilia.

Comportamenti contestati

Il quadro accusatorio descrive episodi di danneggiamento dell’autovettura della donna, accompagnati da messaggi finalizzati a costringerla a interagire: azioni che rientrano nella categoria delle condotte intimidatorie. In seguito sarebbero sopraggiunte violenze fisiche, tra cui strattonamenti, spintoni e schiaffi, segni di una dinamica di controllo e gelosia sfociata in aggressività. Tali elementi sono stati ritenuti sufficienti per richiedere l’adozione di misure cautelari a tutela della persona offesa.

La denuncia della vittima

La decisione della donna di presentarsi ai Carabinieri è stata il pivot delle indagini: la sua denuncia ha consentito di formalizzare l’accaduto e di fornire elementi probatori utili alla Procura, diretta dal Procuratore Capo Calogero Gaetano Paci, per contestare i reati di atti persecutori e minacce. L’intervento investigativo ha quindi prodotto un fascicolo con richieste di misure a tutela, a fronte di un quadro fatto di episodi ripetuti e compatibili con uno stato di pericolo per la vittima.

I provvedimenti cautelari e il loro esito

In una prima fase il giudice, condividendo le risultanze investigative, ha disposto il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, con l’imposizione di non avvicinarsi a meno di 2.000 metri dal domicilio della donna. Alla misura è stata affiancata l’assoluta interdizione di comunicare con la vittima e l’applicazione del braccialetto elettronico, strumenti pensati per garantire il rispetto delle prescrizioni e la tutela immediata della parte offesa.

Divieto di avvicinamento e braccialetto elettronico

Il divieto di avvicinamento rappresenta una misura cautelare volta a impedire contatti diretti e a ridurre il rischio di reiterazione del reato. L’applicazione del braccialetto elettronico ha lo scopo di monitorare la distanza tra indagato e persona offesa, mentre il divieto di comunicazione limita ulteriormente i canali di contatto. Nel caso in esame, queste azioni iniziali miravano a interrompere immediatamente la catena di molestie e aggressioni.

Le violazioni e la decisione di inasprire la misura

Nonostante i limiti imposti, il soggetto ha mostrato una persistente incapacità a osservare le prescrizioni: avrebbe cercato ripetutamente di mettersi in contatto con la donna e di eludere i dispositivi elettronici di controllo. Le continue e manifeste violazioni hanno indotto la Procura reggiana a richiedere e ottenere una modifica della misura cautelare originaria, valutando il rischio di recidiva e la necessità di una tutela più stringente per la parte offesa.

Il gip, sulla base della richiesta formulata dalla Procura, ha quindi disposto la sostituzione del divieto di avvicinamento con la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti dell’uomo indicato negli atti. Va segnalato che nei documenti iniziali l’indagato era descritto come un 24enne, mentre nei successivi provvedimenti l’età riportata è di 26 anni, elemento presente negli atti processuali. L’azione coordinata tra Carabinieri e Procura della Repubblica ha così portato all’adozione di una misura più severa, finalizzata a garantire la sicurezza della vittima e l’ordine pubblico.

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