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Voto alle urne in Israele: due blocchi, 120 seggi, una sfida nazionale

Voti, blocchi e giochi di potere: il futuro della Knesset si deciderà alle urne di ottobre.

Voto alle urne in Israele: due blocchi, 120 seggi, una sfida nazionale

Il 27 ottobre Israele si prepara a una tornata elettorale di rara importanza: la Knesset, con i suoi 120 seggi, sarà nuovamente rinnovata in un contesto segnato dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dal conflitto che ne è seguito. Oltre 7,3 milioni di cittadini, pari al 71 % della popolazione, sono chiamati a esprimere la propria preferenza in una votazione che, più che una gara fra partiti, rappresenta una sfida tra blocchi politici contrapposti.

Le urne apriranno alle 7:00 ora locale (5:00 in Italia) e resteranno operative fino alle 22:00, quando saranno diffusi i primi exit-poll. La Commissione Elettorale Centrale ha predisposto 12.018 seggi elettorali distribuiti su tutto il territorio, installando circa 18.000 urne e mobilitando quasi 100.000 operatori. Per garantire la regolarità del voto, sono stati schierati circa 22.000 agenti di polizia e forze di sicurezza nei pressi dei seggi.

Logistica e sicurezza del voto

Il complesso meccanismo di voto è interamente cartaceo: l’elettore seleziona il tagliando con il simbolo del partito, lo inserisce in una busta e la deponi nell’urna. Questo sistema, pur essendo più oneroso rispetto alla tecnologia elettronica, è ritenuto estremamente sicuro e rende difficile qualsiasi tentativo di manipolazione. Il principale rischio, secondo gli esperti, è la disinformazione diffusa sui social, per cui gli elettori sono invitati a verificare le notizie attraverso i canali ufficiali del Comitato elettorale.

Il ruolo della soglia di sbarramento

Per accedere alla Knesset, un partito deve superare il 3,25 % dei voti validi, corrispondente a quattro seggi. Con 37 liste presentate, solo una decina dovrebbe raggiungere tale soglia di sbarramento, lasciando spazio a una Knesset composta da circa 13-14 formazioni. La frammentazione è tipica del sistema elettorale israeliano, che garantisce rappresentanza a destra, sinistra, religiosi, laici, ebraici e arabi.

I due blocchi che si contendono la maggioranza

Dietro le singole liste opera una dinamica più semplice: una corsa tra due grandi schieramenti. Da un lato troviamo il blocco guidato dal premier Benjamin Netanyahu e dal suo partito Likud; dall’altro, l’opposizione coordinata da Gadi Eisenkot, ex capo di Stato Maggiore, con il partito Yashar, e Naftali Bennett, ex premier, che conduce l’alleanza B’Yachad. Come sottolineato da Harel Arnon, avvocato costituzionalista, “formalmente si vota per i partiti, ma la vera sfida è tra due schieramenti”.

Quanti partiti entreranno in Parlamento?

Attualmente sono 33 i partiti in corsa, ma le proiezioni indicano che solo tredici o quattordici riusciranno a superare il limite del 3,25 %. Questa realtà riduce le possibilità di formare coalizioni di “partiti cerniera” e rende più evidente la divisione in blocchi. La componente araba, spesso poco conosciuta all’estero, partecipa regolarmente e può influenzare l’equilibrio di potere, soprattutto quando la distanza tra i blocchi è minima.

Cosa accadrà dopo le urne

Il risultato delle votazioni segnerà solo l’inizio del processo decisionale. Per costituire un governo è necessario raggiungere la maggioranza dei 61 seggi. Se nessun blocco ottiene una maggioranza chiara, le trattative di coalizione inizieranno subito, con il presidente Isaac Herzog che, entro sette giorni, assegnerà il mandato di formare il governo al leader ritenuto più capace di ricostruire una maggioranza. Il candidato avrà 28 giorni, prorogabili di 14, per comporre un esecutivo che deve poi essere approvato dalla Knesset.

Rischi di instabilità e possibili nuove elezioni

Qualora le trattative si arenassero, è possibile che il Paese sia chiamato nuovamente alle urne entro pochi mesi, una prospettiva che ha già caratterizzato la politica israeliana negli ultimi anni. I partiti minori, soprattutto quelli vicini alla soglia del 3,25 %, assumono un peso sproporzionato: il loro ingresso o la loro esclusione può ribaltare l’intero equilibrio tra i blocchi. Nel frattempo, il governo uscente rimane in carica, garantendo la continuità amministrativa grazie al meccanismo dei dodicesimi per la spesa pubblica.

Le dinamiche di sicurezza hanno anch’esse un ruolo centrale nelle campagne. Le tensioni nella Cisgiordania, in particolare nella zona di Hebron, hanno intensificato la retorica di “difesa nazionale” da parte di Netanyahu, mentre Eisenkot punta su un approccio più bilanciato, ma deve comunque confrontarsi con la riluttanza di alcuni alleati a collaborare con partiti arabi.

Le elezioni israeliane del 27 ottobre non rappresentano solo un conteggio di voti, ma l’inizio di una complessa fase di negoziazione in cui il vero vincitore sarà il leader capace di assemblare una coalizione stabile capace di governare e di rispondere alle sfide interne ed internazionali che il Paese deve affrontare.

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