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Impronta sulla Fiat 127 usata dai killer di Piersanti Mattarella: periti confermano inutilizzabilità del residuo

La perizia disposta davanti al gip di Palermo ha stabilito che il "residuo" analizzato non è utilizzabile per risalire al dna degli assassini; l'impronta sulla Fiat 127, trovata 46 anni fa, era stata riesaminata con tecniche moderne dal Forensic Genetic Unit di Careggi.

Impronta sulla Fiat 127 usata dai killer di Piersanti Mattarella: periti confermano inutilizzabilità del residuo

Davanti al gip di Palermo si è tenuto l’incidente probatorio relativo all’impronta rinvenuta sulla Fiat 127 utilizzata dal commando che il 6 gennaio 1980 assassinò Piersanti Mattarella. Gli esperti nominati dal giudice hanno illustrato i risultati delle analisi eseguite alla luce delle tecnologie più recenti, depositando la perizia che però non ha fornito il profilo genetico atteso.

Il risultato principale consegnato al giudice è netto: il “residuo” analizzato non è utilizzabile per risalire al dna degli assassini. Questo esito certifica i limiti di un reperto che, nonostante sia stato isolato all’epoca del delitto, non ha potuto essere sfruttato per identificare i carnefici.

Contesto dell’impronta e rivalutazione tecnica

L’impronta contestata era stata rinvenuta 46 anni fa su uno sportello della vettura impiegata per la fuga dopo l’agguato che colpì il fratello dell’attuale capo dello Stato. In quell’occasione Mattarella fu ucciso mentre si stava recando a messa nella ricorrenza dell’Epifania insieme ai familiari. Dopo la riapertura delle indagini, gli inquirenti hanno disposto una nuova comparazione biologica del reperto per verificare se il vetrino contenesse tracce confrontabili con i profili genetici dei due indagati.

Finalità e ambito dell’incarico

L’obiettivo dell’incarico affidato ai periti era di stabilire se materiali biologici presenti sul reperto permettessero una comparazione biologica con i profili degli indagati indicati dalla Procura. La Procura guidata da Maurizio De Lucia ipotizza che gli esecutori dell’omicidio siano i boss Antonio Madonia e Giuseppe Lucchese e la verifica avrebbe potuto confermare o confutare questa circostanza.

Chi ha lavorato sul caso e tempistiche

L’incarico ai tecnici venne formalizzato a giugno dell’anno scorso. Le analisi sono state svolte dal Forensic Genetic Unit dell’Ospedale Careggi di Firenze con il responsabile Ugo Ricci e i tecnici che hanno collaborato al caso: Elena Carra docente all’Università di Palermo e Carlo Previderè professore del dipartimento di Sanità all’Università di Pavia. Quest’ultimo figura anche tra i tecnici coinvolti in altre indagini giudiziarie note, come quella relativa al delitto di Garlasco a testimonianza dell’esperienza degli specialisti chiamati in causa.

Nonostante l’impiego di metodologie più avanzate rispetto al passato, il referto finale certifica l’impossibilità di estrarre un profilo genetico utile dal materiale esaminato. Questo pone un limite operativo alle possibilità di collegare direttamente l’impronta ai due indagati segnalati dalla Procura.

Quadro giudiziario e stato delle condanne

Sul piano giudiziario, per il delitto di Piersanti Mattarella sono state individuate e condannate, in qualità di mandanti, figure di spicco della cupola mafiosa: Totò RiinaMichele GrecoBernardo ProvenzanoBernardo BruscaPippo CalòFrancesco Madonia e Antonino Geraci. Tuttavia, gli esecutori materiali dell’omicidio non erano mai stati individuati con certezza, e su questo si è concentrata la riapertura investigativa che ha portato all’analisi forense oggetto dell’incidente probatorio.

La sentenza che riconobbe i mandanti risale agli sviluppi processuali successivi al delitto; nel frattempo la ricerca di prove che possano individuare i responsabili della fase esecutiva ha continuato a dipendere dall’esame dei reperti conservati.

Implicazioni investigative dell’esito

L’esito negativo della perizia evidenzia come, anche con progressi tecnologici, non tutti i reperti conservati in vecchie indagini siano recuperabili per una identificazione genetica. La constatazione che il residuo non è utilizzabile restringe le opzioni investigative immediate e lascia aperta la necessità di valutare altri elementi probatori già presenti negli atti o di reperire nuove tracce.

Resta significativo che l’impronta fosse stata isolata fin dall’epoca del delitto e poi riesaminata; il percorso dimostra l’attenzione degli uffici inquirenti a sfruttare le potenzialità della scienza forense, pur scontrandosi con i limiti pratici imposti dallo stato di conservazione dei reperti.

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