Giovedì 29 ottobre, nella storica aula Falcone-Borsellino del Tribunale di Busto Arsizio, si è svolto un momento inedito: Salvatore Insenga, primo cugino e unico discendente in linea diretta del giudice agrigentino Rosario Livatino, ha stretto la mano a Salvatore Calafato e Paolo Amico, condannati all’ergastolo da 36 anni per il loro ruolo nell’omicidio avvenuto nel 1990. L’incontro, aperto al pubblico, è stato inserito nella programmazione liturgica del giorno della memoria del Beato, conferendo al dialogo una valenza sia civile che spirituale.
Il giudice Rosario Livatino, noto come il “giudice ragazzino”, era considerato dal mondo giudiziario un simbolo di integrità. Dopo la sua morte, la Chiesa ha riconosciuto il suo martirio come odium fidei, definendolo un vero e proprio martirio. Recentemente, la Conferenza Episcopale Italiana lo ha proclamato Patrono dei Magistrati italiani, e una sua icona è stata benedetta nell’aula del Tribunale di Busto Arsizio dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini, rendendo quel luogo unico in Italia per ospitare un simbolo del Beato.
Il percorso di giustizia pacificatrice
L’incontro è l’esito finale di un percorso di giustizia riparativa coordinato da Incontra, il Centro di Bergamo, con la mediazione del cappellano don David Maria Riboldi. L’obiettivo dichiarato è stato quello di “suturare” una ferita pubblica che, da decenni, aleggia nella memoria collettiva della magistratura italiana. Non si è trattato di una semplice audizione, ma di un vero e proprio scambio di parole, emozioni e preghiere, concepito per andare oltre la punizione penale e offrire una possibilità di riconciliazione.
Le testimonianze dei protagonisti
Salvatore Insenga ha raccontato il suo percorso personale, iniziato a vent’anni quando la notizia dell’omicidio aveva travolto la sua famiglia. “L’odio è un carcere senza sbarre. Sono riuscito a uscirne attraverso la preghiera”, ha dichiarato, sottolineando come la fede abbia rappresentato per lui la chiave di volta per trasformare la rabbia in perdono. Insenga ha inoltre proposto un incontro di preghiera nella chiesa di Santa Chiara a Canicattì, affermando che “un colpo di pistola non può essere l’ultima parola”.
Le parole di Calafato
Salvatore Calafato, uno dei due condannati, ha riconosciuto la gravità delle proprie azioni, affermando: “Ho tolto la vita a un uomo dello Stato, ho offeso la magistratura e ho provocato dolore alle famiglie. Tutto ciò che ho fatto è stato sbagliato”. Ha spiegato che la sua decisione di avvicinarsi all’incontro nasce dal “seme” di Livatino, che ha innescato una sua personale conversione. Calafato ha espresso la speranza che il perdono possa aprire una via d’uscita dal proprio senso di colpa.
Paolo Amico, l’altro condannato, ha ricordato di aver tentato di chiedere perdono subito dopo l’omicidio, ma di non esserci riuscito a causa della mentalità mafiosa che ancora lo avvolgeva. Durante l’incontro, ha definito Livatino “un riferimento spirituale” e ha ripetuto la frase chiave del cugino: “Nessuna persona è perduta per sempre”, ringraziando Insenga per la possibilità di parlare e chiedendo nuovamente il perdono.
Presenze istituzionali e simboliche
L’evento ha visto anche la partecipazione dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che era già stato a benedire l’icona del Beato all’interno del tribunale due anni fa. Gianni Borsa, giornalista e presidente dell’Azione Cattolica Ambrosiana, ha moderato la discussione, sottolineando come il dialogo abbia superato i confini della semplice giustizia penale per toccare dimensioni più profonde di riconciliazione sociale. L’insieme dei protagonisti ha mostrato che, anche dopo trentasei anni di carcere, è possibile avviare un percorso di responsabilità e di speranza, in linea con la visione di una “giustizia pacificatrice” proposta da Insenga.



