Il mondo della Chiesa siciliana è in lutto: don Paolo Iovino è venuto a mancare all’età di 87 anni, lasciando un vuoto profondo nella comunità di Cefalù e in tutti i luoghi dove ha esercitato la sua pastorale.
Il cammino formativo e la missione affidata
Nato a Alia il 1° settembre 1939, il giovane Paolo ha lasciato il suo paese per entrare al seminario di Cefalù. Qui ha capito che la vocazione si costruisce tra preghiera costante e studio intenso, ed è stato incoraggiato dal suo padre spirituale a tenere un diario, strumento che lo ha accompagnato per tutta la vita.
Da Alia a Strasburgo
Il vescovo Emiliano Cagnoni ha riconosciuto in lui una predisposizione particolare e lo ha inviato a Strasburgo quando era ancora diacono, per approfondire la Sacra Scrittura. L’esperienza all’estero ha rappresentato per don Paolo la realizzazione di un sogno custodito per decenni dal vescovo stesso.
L’ordinazione di aprile 1962
Il 29 aprile 1962, davanti al vescovo Cagnoni, don Paolo ha ricevuto le esege, un momento che ricordava ancora come se fosse avvenuto il giorno precedente. Le lacrime di gioia, la presenza dei compagni di seminario e degli amici di Strasburgo hanno segnato per sempre il suo cuore, conferendogli la consapevolezza che la Scrittura sarebbe stata il pane del suo sacerdozio per i prossimi sessanta-quattro anni.
L’attività pastorale e l’insegnamento della Scrittura
Dopo il ritorno in Sicilia, don Paolo ha dedicato gran parte della sua carriera alla Facoltà Teologica di Sicilia di palermo dove ha insegnato Sacra Scrittura a numerosi futuri sacerdoti. Il suo approccio era chiaro: la Bibbia non è un oggetto distante, ma un testimone vivo che legge chi l’apre, e la vera comprensione nasce sempre dal gesto di inginocchiarsi davanti a Dio.
Parallelamente, ha guidato gli scout di Cefalù a loro volta presenti anche a Castelbuono e in altri centri della diocesi. Ogni sabato sera i giovani si riunivano per preparare la messa della domenica; quel momento, per don Paolo, era il più prezioso, perché la celebrazione doveva poi sfociare in azioni concrete: catechismo, compagnia agli anziani, aiuto nei compiti ai bambini dei villaggi di pescatori.
Gli ultimi anni di silenzio e l’eredità lasciata
All’inizio degli anni Novanta, il sacerdote ha scelto di allontanarsi dalle attività pastorali pubbliche per assistere, nella sua casa, lo zio padre Damiano e successivamente sua madre. Non ha definito questo periodo come sacrificio, ma come una chiamata divina a imparare, nel silenzio, la lezione più difficile: il dolore.
Quando gli giovani chiedevano perché le vocazioni fossero sempre più rare, don Paolo consigliava semplicemente: pregare, studiare e volersi bene al prossimo. Sottolineava che la responsabilità collettiva risiedeva nella mancanza di testimoni autentici del Vangelo, persone capaci di incarnare l’amore di Cristo.
Chi lo ha conosciuto ricorda un uomo che ha reso la Parola di Dio un gesto quotidiano, dalla cattedra alla casa del malato. Il nome conferito dal vescovo Cagnoni in quel pomeriggio di aprile 1962 lo ha accompagnato fino all’ultimo respiro, lasciando in Cefalù e oltre una testimonianza di fede, di studio e di presenza costante.



